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6.
Prospettiva dei colori e stereoscopia

Nei suoi scritti Leonardo esprime piena consapevolezza dei limiti della prospettiva lineare quattrocentesca, inadatta a restituire l’esperienza della visione, la percezione della distanza, della profondità e della tridimensionalità, escludendo la visione binoculare.
La prospettiva dei colori, già abbozzata dall’Alberti, e quella aerea (o dei perdimenti) sono dunque chiamate potentemente in causa da Leonardo per supplire a quella lacuna, divenendo presto un’essenziale materia di studio per i pittori. Così le osservazioni sulla visione binoculare, se possono apparire prive di conseguenze nella pratica corrente della pittura del suo tempo, apriranno la strada nell’Ottocento alle ricerche sulla stereoscopia e sull’ottica fisiologica. Se ne ha un preciso riscontro anche nei primi trattati teorici di fotografia e nei Principi scientifici del Divisionismo (1906) di Gaetano Previati.

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«[...] L’occhio non arà mai per la prospettiva lineale, sanza suo moto, cognizione della distanzia ch’è fra l’obbietto che s’interponga infra lui et un’altra cosa, se non mediante la prospettiva de’ colori. [...]».

LEONARDO DA VINCI, Libro di pittura, parte III, 517, precetto di prospettiva in pittura


«Impossibile è che la pittura, imitata con somma perfezzione di lineamenti, ombra, lume, colore, possa parere del medesimo rilevo qual pare esso naturale, se già naturale in lunga distanzia non è veduto con un sol occhio.[...]».
LEONARDO DA VINCI, Libro di pittura, parte III, 494, Perché le cose perfettamente ritratte di naturale non paiono del medesimo rilevo qual pare esso naturale