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12.
Lo studio delle macchie

Il pittore Palmiro Vezzoni, uno specialista nel campo dell’arte sacra e nella decorazione di molte chiese della Diocesi di Cremona, aveva l’abitudine di far sostare chi visitava il suo atelier davanti alla sua Testa di Cristo, presentata come un prodigio naturale, ovvero un’immagine generatasi miracolosamente nella macchia di una tavola lignea. L’artificio di “interpretare” forme-informi atte a liberare un processo immaginativo era già noto agli antichi, ma è Leonardo a trasformarlo in un vero e proprio precetto rivolto ai giovani allievi. La moderna pittura di paesaggio, soprattutto inglese, lo ha fatto suo, ma il potenziale quasi medianico della macchia venne esplorato nell’Ottocento dallo scrittore Victor Hugo che dalle sue macchie interpretate derivò molte illustrazioni del suo capolavoro I lavoratori del mare

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«Non isprezzare questo mio parere, nel quale ti si ricorda che non ti sia grave il fermarti alcuna volta a vedere nelle macchie de’ muri, o nella cenere del foco, o nuvoli, o fanghi, o altri simili lochi, li quali, se ben fieno da te considerati, tu vi troverai dentro invenzioni mirabilissime, che lo ingegno del pittore si desta a nove invenzioni sì di componimenti di battaglie, d’animali e d’omini, come di vari componimenti di paesi e di cose mostruose, come di diavoli e simili cose, perché fieno causa di farti onore; perché nelle cose confuse l’ingegno si desta a nove invenzioni».

LEONARDO DA VINCI, Libro di pittura, Parte secunda, 66, Modo d’aumentare e destare lo ‘ngegno a varie invenzioni.