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10.
Il sorriso della Gioconda

Il furto della Gioconda al Louvre il 22 agosto 1911 rilanciò su scala mondiale il mito del capolavoro vinciano, trasformandolo in un’opera feticcio, un’immagine esposta a sberleffi, a molteplici usi ed abusi. Tale mito venne rilanciato nel 1957 da un ulteriore atto vandalico amplificato dai rotocalchi dell’epoca, e, dopo alcuni anni, nel 1963 dalla trionfale esposizione del dipinto al Metropolitan Museum di New York e nel 1974 a Tokio. È all’incirca in quel decennio che Pietro Ghizzardi, pittore e scrittore irregolare della Bassa, mosso da un desiderio di confronto con Leonardo, ne rivisita i due capolavori più emblematici, il Cenacolo e soprattutto la Gioconda. Di quest'ultima egli realizza circa una ventina di variazioni fortemente espressive, nelle quali trattiene sempre qualche carattere distintivo (il sorriso, la posa delle mani, ecc.) infondendovi però sempre i tratti mutevoli della sua personale idea di femminino. 

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«Prese Lionardo a fare per Francesco del Giocondo il ritratto di Mona Lisa sua moglie; et in quattro anni penatovi lo lasciò imperfetto la quale opera oggi è appresso il Re Francesco di Francia in Fontanableo, nella qual testa chi voleva vedere quanto l’arte potessi imitar la natura, agevolmente si poteva comprendere, [...] et nel vero si può dire che questa fussi dipinta d’una maniera, da far tremare, et temere ogni gagliardo artefice, et sia qual si vuole: usovi ancora questa arte che essendo mona Lisa bellissima, teneva mentre che la ritraeva, chi sonasse o cantasse et di continuo buffoni che la facessino stare allegra, per levar’ via quel malinconico che suol dare spesso la pittura a i ritratti che si fanno. Et in questo di Lionardo vi era un ghigno tanto piacevole che era cosa più divina che humana a vederlo, et era tenuta cosa maravigliosa, per non esser il vivo altrimenti».

Giorgio Vasari, Lionardo da Vinci pittore et scultore fiorentino, in La terza et ultima parte delle Vite de li architettori, pittori et scultori, Firenze, 1550, pp. 570-571